MAFIA Morvillo e Falcone a 33 anni da Capaci
PER NON DIMENTICARE - Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, entrambi giudici e nella vita marito e moglie, muoiono il 23 maggio 1992 nell’attentato mafioso di Capaci. Insieme a loro perdono la vota Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, loro agenti della scorta. Giovanni Falcone, il Magistrato lasciato solo nella Lotta alla mafia, vive una vita e una carriera che, a guardarle oggi, sono la perfetta rappresentazione di un uomo lasciato solo dalle istituzioni.
In questo senso, la sua lotta contro Cosa Nostra fu non solo una battaglia legale ma anche un vero e proprio scontro con quel sistema cui apparteneva e che per paura, o convenienza, non sostenne il suo impegno.
Falcone aveva compreso che la mafia era una struttura organizzata e con legami internazionali e non un fenomeno locale. Le sue indagini, culminate nel Maxiprocesso del 1986-1987, dimostrarono infatti per la prima volta gerarchia e regole interne di Cosa Nostra. Un successo accolto senza entusiasmo, che vide parte della magistratura e della politica osteggiarlo e screditarlo, rendendolo bersaglio di critiche tanto feroci quanto infondate.
Dopo il fallimento della sua nomina a Capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo, Falcone viene trasferito a Roma, dove continua la sua missione al Ministero della Giustizia. Sebbene fosse considerato il miglior esperto antimafia, le sue proposte per migliorare la lotta alla criminalità organizzata furono spesso ignorate. Solo dopo la sua morte, il suo lavoro divenne legge, con strumenti come la Procura Nazionale Antimafia e il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi.
La strage di Capaci del 23 maggio 1992 che priva il paese di questa preziosa risorsa di correttezza e moralità, segna la fine della sua battaglia e risveglia tardivamente la coscienza di un intero Paese.
Oggi, Giovanni Falcone è un simbolo di giustizia che ci ricorda che la lotta alla mafia non può essere compito di pochi, ma responsabilità collettiva. Tuttavia, come scrive oggi l'Espresso: «Trentatré anni dopo Capaci, la strage che decretò la fine del giudice che prometteva di elevare il livello del contrasto alle mafie [...] la memoria di quel che è stato è sempre più addomesticata. Piegata alle miserie del quotidiano, alle manovre dei governanti, agli infimi regolamenti di conti tardivi tra magistrati che hanno vissuto quella stagione. O ne sono stati incapaci eredi. Mai che diventi una lezione utile a leggere la storia turpe del Paese con gli occhi della consapevolezza.
[...] Evocato quasi sempre a sproposito, circondato da un affetto postumo che in vita gli avrebbe risparmiato l’isolamento mortale, Giovanni Falcone è diventato esattamente quello che non avrebbe voluto: un simbolo, un santino da esibire alle processioni dei triti riti antimafia, una citazione dotta, estrapolata dal contesto». Fortunatamente non per tutti però.
La Giudice Francesca Morvillo entra in magistratura nel 1968, quando ancora le magistrate erano pochissime. La battaglia di Rosanna Oliva per la parità, per abolire la norma sessista e anticostituzionale che impediva alle donne l’accesso a determinate professioni risale infatti al 1958, quando fece ricorso al Consiglio di Stato contro l’esclusione per mancanza di un requisito: l’appartenenza al sesso maschile.
Il 13 maggio del 1960 la sentenza n. 33 della Corte costituzionale aprì alle donne. Nel 1963 con una legge presentata su iniziativa di un’altra donna, l’On. Maria Coccu, furono abolite le altre discriminazioni, tranne l’accesso alle carriere militari, per il quale bisogna attendere il 1999.
Francesca Morvillo, magistrata ed accademica, lavorava alla Procura dei Minori di Palermo. Giovanni Falcone, magistrato antimafia è colui al quale si deve «l'innovativo metodo di indagine che ha posto fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni Settanta e Ottanta*».
*Fonte: Fondazione Falcone
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