REFERENDUM Perché il SI non ha (con)vinto

REFERENDUM 2026 - Il NO ha stravinto al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere della magistratura, con il dato clamoroso di due milioni di voti di scarto a sfavore del SI che non ha convinto, con un esito che per molte e molti analisti è una chiara risposta politica alla pericolosa deriva autoritaria nella quale la destra di Giorgia Meloni stava guidando il nostro Paese. 

Un voto per la Costituzione e un segnale che la Costituzione è ancora un valore fondante e fondamentale da difendere e una pietra miliare della democrazia sulla quale le italiane e gli italiani non sono disposti a lasciarsi strumentalizzare. 

Con un clamore mediatico sia interno sia internazionale senza precedenti, si analizzano ora le ragioni della sconfitta del SI, dopo giornate di dibattito che avevano letteralmente sommerso di propaganda, veleni e di inesattezze al limite della menzogna, tutto il periodo preelettorale; un martellamento che, a ben guardare, non poteva che risolversi in una ribellione viscerale.

Il NO, per molti aspetti ha dato un chiaro segnale politico: il Paese, né sordo, né cieco né addormentato, rifiuta questa politica arrogante, condanna il metodo del dileggio e dell’umiliazione della controparte, sempre presentata come avversario, stigmatizza la mancanza di dialogo e fortemente disapprova quella stessa Giorgia Meloni che, mentre orgogliosamente si proclama “il Presidente del Consiglio” reclamando la declinazione del proprio titolo istituzionale al maschile in barba alla grammatica italiana, rivendica la distanza dal confronto con giornaliste e giornalisti appuntandosela come una medaglia al merito, mentre raramente riferisce in Parlamento.

Il NO è stato detto a una leader che si concentra principalmente su politiche e temi lontani dai bisogni reali del Paese che da tempo attende interventi, per fare solamente qualche esempio, sul salario minimo, sulle liste di attesa per le visite sanitarie, sulle mille crisi aziendali aperte con innumerevoli licenziamenti all'orizzonte, sull'educazione alle relazioni nelle scuole e sulla legge sul fine vita.

Il NO è stato detto a una leader troppo prona ai diktat del presidente USA, Donald Trump.  NO anche a una Presidente del Consiglio che comunica quasi esclusivamente per slogan e tramite post sui social media e che quando parla con la stampa rilascia dichiarazioni preconfezionate (vedi le “interviste” preelettorali su Mediaset, Rai Due e l’intervento al podcast di Fedez) 

Un NO forte e chiaro a questo stato delle cose, che arriva soprattutto dal Paese più giovane.

La cartina dell'Italia ci rivela che il SI ha prevalso solamente in tre regioni del Nord: Friuli Venezia Giulia (54,47%), Lombardia (53,57%) e Veneto (58,43%), mentre nel resto del Paese a prevalere è stato il NO.

Così, all’indomani del risultato referendario, quando diventa chiaro che determinate posizioni, infruttuose dal punto di vista elettorale come dimostra la vittoria del NO, potrebbero rivelarsi anche e sporatutto domani il punto debole di questa amministrazione, Meloni si trova opportunamente sul tavolo, (probabilmente da lei stessa sollecitate), le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (vedi Nota1), auspicando, con mesi e mesi di ritardo rispetto agli scandali, che una «analoga scelta sia condivisa» da parte dell’inquisita ministra del Turismo Daniela Santanchè. Al momento però ancora inamovibile e che rifiuta strenuamente di lasciare la carica nonostante l'invito esplicito di Meloni e una lunga serie di accuse (vedi Nota2).

Ma per dirla con le parole di Emiliano Fittipaldi, direttore del quotidiano Donami, il SI non è passato «Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco» è «il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi».

Così «nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica che non era affatto scontata*».

Riproduzione Riservata© - Crediti foto: elaborazione di EP per P&G

 

*Fonte: articolo 23/03/2026 dal titolo Referendum, l’onda popolare ferma l’arroganza del potere

Nota1 - Andrea Delmastro, (oggi ex sottosegretario al Ministero della Giustizia) e Giusi Bartolozzi (oggi ex capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia) il 24 marzo 2026 si sono dimessi dai rispettivi incarichi al Ministero della Giustizia. Tra le questioni da affrontare, la di rivelazione di segreto d'ufficio (Delmastro) e le presunte false informazioni al Tribunale dei ministri (Bartolozzi).

Delmastro è stato coinvolto nel caso della società per la gestione del ristorante Bisteccheria Italiana, al tuscolano a Roma, con la diciottenne Miriam Caroccia, figlia di Mauro, già condannato per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa. Dalmastro, inoltre, era già stato condannato a 8 mesi di reclusione e a un anno di esclusione da incarichi pubblici, con pena sospesa, per aver rivelazione di informazioni riservate sull'anarchico Alfredo Cospito.

Bartolozzi è indagata per presunte false informazioni rese ai magistrati del Tribunale dei ministri sulla questione del generale libico Almasri, arrestato in Italia e successivamente trasferito in Libia con un volo di stato; l’accusa riguarda la dichiarazione che il ministro Nordio sarebbe stato all’oscuro di alcuni fatti specifici. Inoltre, Bartolozzi si è messa sotto i riflettori quando, in campagna elettorale, ha definito i giudici come “plotoni di esecuzione” chiamando a raccolta per il voto al SI, per liberarsi della magistratura.

Nota2 - Santanchè è stata rinviata a giudizio con l’accusa di falso in bilancio per i conti aziendali delle società del gruppo Visibilia, di cui era azionista di controllo e amministratrice; è imputata per truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione alla gestione della cassa integrazione Covid durante la pandemia, che potrebbe configurare una truffa all’INPS; altre indagini, inoltre, riguardano le società del comparto alimentare Ki Group e Bioera, entrambe in liquidazione giudiziale, con accuse ancora al vaglio che ipotizzano la bancarotta. Tutti procedimenti aperti e ancora in fase di dibattimento.

© 2020 www.power-gender.org
Power&Gender Testata giornalistica online Gestione semplificata ai sensi del'Art. 3bis, Legge 103/2012 Direttrice responsabile: Eva Panitteri