DDL STUPRI In piazza contro la modifica
ROMA - L’iter di modifica della normativa sulla violenza sessuale segna un passaggio critico all’interno del panorama politico italiano, letteralmente giocato sulla pelle delle donne. La proposta presentata dall’avvocata leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato, introduce una revisione sostanziale dell’articolo del codice penale relativo alla violenza sessuale, modificando la formulazione originaria di una legge che nella sua versione iniziale viene approvata all’unanimità dalla Camera dei Deputati il 25 novembre scorso.
La pietra dello scandalo della proposta di riformulazione a meno di 2 mesi dall’approvazione sta in un rovesciamento: a livello semantico e giuridico si transita infatti dal concetto di “consenso” a quello di “dissenso”. Il Paese è perplesso... Con il crescendo di femminicidi e di violenze sulle donne non è questa la riscrittura delle leggi a prevenzione della violenza sulle donne che ci aspettavamo.

(27/01/2026, Senato - Foto by Giulia Giornaliste)
In piazza per dire NO
Il 27 gennaio, nella Giornata della Memoria «Donne in rete contro la violenza D.i.Re, Non Una di Meno, Differenza Donna, e molte altre organizzazioni femministe» in concomitanza con la discussione in commissione Giustizia, sono scese in piazza, manifestando davanti al Senato «al grido 'Giù le mani dalla legge sulla violenza sessuale […] il ‘consenso’ nella legge è un punto a cui non rinunceremo.
[…] Il Governo ci racconta che la legge sul consenso avrebbe posto problemi di interpretazione, esponendo gli uomini al rischio di vendette e a denunce di stupro false. Questo non è vero ed è la stessa risposta maschilista e patriarcale che sta impedendo l'educazione affettiva nelle scuole, unico strumento efficace per rendere libere le relazioni da meccanismi di potere e controllo» scrivono le associazioni in un comunicato congiunto. (ANSA)
Dal “consenso libero e attuale” si passa infatti alla espressione di “volontà contraria all’atto sessuale”. In altre parole, la modifica configura in violenza sessuale quell’atto che si forza “contro la volontà di una persona” , quando nella precedente formulazione ci si trovava in presenza di violenza in assenza di consenso “libero e attuale”.
Questi non sono banali cavilli legali. Non sono eccessi femministi. Non sono solo parole. La battaglia che si sta muovendo contro questa modifica ha un senso profondo.
Dei Delitti e delle Pene
Bongiorno cambia e abbassa anche le pene: le sanzioni penali per la violenza sessuale “semplice” vengono ridotte a 4-10 anni di reclusione (prima 6-12 anni), mentre restano invariati i 6-12 anni per le aggravanti. Nei casi meno gravi, però, la pena può essere diminuita fino a due terzi in base alla condotta (di chi?) e al danno causato.

Contesto e Freezing
Nella nuova formulazione, il secondo comma precisa che “la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”. Con il dissenso che si ritiene implicito quando “l’atto sessuale è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”.
In questi casi la presenza della violenza viene considerata automaticamente e la vittima non deve provare alcuna forma di dissenso. Questo include i casi in cui la vittima, immobilizzata dallo choc e dalla paura dell’aggressore non riesca a difendersi (il cosiddetto freezing).
La nuova formulazione, secondo Bongiorno andrebbe a garantire “il massimo della tutela” (viene però purtroppo ancora da domandarsi… per chi?) senza introdurre automatismi incompatibili con il sistema penale.
Una formulazione irricevibile
La segretaria Dem, Elly Schlein, ha definito questa riformulazione “irricevibile nel metodo e nel merito” invitando la Premier Giorgia Meloni a pronunciarsi e a non farsi “dettare la linea dal patriarcato”. Perché senza consenso è sempre stupro!
Le modifiche introdotte da Giulia Bongiorno che prevedono la ridefinizione dei criteri di consenso e dissenso nell’ambito dei reati di violenza sessuale, modificano la legge antistupro in senso peggiorativo e a svantaggio delle vittime, spostando l’attenzione processuale dalla volontà esplicita della vittima (consenso) a una valutazione più ambigua del comportamento e delle circostanze del rifiuto (dissenso).
Una formulazione che riduce le tutele per le vittime, rendendo più difficile dimostrare la mancanza di consenso e rischiando di escludere molte situazioni di costrizione o pressione psicologica e/o sociale, di utilizzo di droghe dello stupro che inebetiscono sino allo svenimento (come fai a dire di no, a dissentire, se sei stata narcotizzata?) dal perimetro della punibilità.
Strumentalizzazione della sicurezza
Pur trattandosi di un fatto di gravità enorme, la riformulazione Bongiorno almeno ha il pregio di portare allo scoperto come la narrazione della destra sulla protezione (difesa) delle donne sia più una strumentalizzazione da utilizzare per fini politici che un vero interesse alla tutela.
Questa revisione in senso garantista per l’accusato di violenza, infatti, andrà a depotenziare gli strumenti di difesa delle donne ostacolando ancora una volta il percorso della giustizia e della verità, e l’emersione di abusi e violenze. Scardinando principi e diritti faticosamente conquistati negli anni.

Retorica della tutela
La strumentalizzazione politica del desiderio di protezione si manifesta proprio nel momento in cui, anziché rafforzare le garanzie per le vittime, si introducono norme che potrebbero facilitare l’impunità dello stupratore e rendere più difficile l’accesso alla giustizia per chi subisce violenza.
Con questa modifica, la retorica della tutela viene svuotata di significato, portando allo scoperto la poca volontà di difendere i diritti delle donne e la loro sicurezza. Dopotutto la direzione della volontà si dimostra con i fatti, non con le parole.
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Crediti: Foto di copertina di Sasun Bughdaryan, Christian Ferrrer, Dan Cristian, Engin Akyurt - Da Unsplash
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