Valeria Fedeli in un articolo del Wall Street Journal
SINDACATO - Il Wall Street Journal del 21 Marzo 2006, in un articolo di Jennifer Clark segnala all'attenzione del mondo finanziario USA la dirigente Valeria Fedeli, segretaria generale della Filtea-CGIL, il sindacato italiano del settore del tessile e della moda. Mettendone in risalto le abilità dirigenziali, si tratteggia il profilo professionale di una donna che ha contribuito a dar "forma al cambiamento del lavoro in Italia".
Il testo che segue è la traduzione dell'articolo a cura di Eva Panitteri
«La funzionaria del sindacato dei tessili tenta una nuova via nella battaglia del commercio globale- Quando l’italiana Safilo S.p.A. decide di esternalizzare la produzione dei propri occhiali da sole firmati, chiude tre stabilimenti e taglia la forza lavoro di un 8% (circa-ndr) su 3.700 unità, senza quasi alcun dissenso da parte degli impiegati. Una transizione serena, a differenza degli scioperi e delle manifestazioni che hanno caratterizzato le recenti chiusure alla FIAT ed all’Alitalia, è il risultato dell’operato di Valeria Fedeli, segretaria generale della Filtea, il sindacato italiano del settore del tessile e della moda che conta circa 120.000 iscritti.
Valeria Fedeli rompe con il pensiero convenzionale del sindacato nella battaglia contro la crescente concorrenza asiatica. Invece di richiedere la protezione [del settore] attraverso l’introduzione di imposte o di quote -o con gli scioperi, come fanno i suoi stessi capi del sindacato- si batte per l’introduzione di agevolazioni fiscali alle aziende per la ricerca, per condizioni migliori ai cessionari, e per il miglioramento dei prodotti italiani al fine di renderli maggiormente competitivi.
L’Italia si trova in prima linea nella battaglia commerciale tra Asia ed Europa. L’industria del tessile e dell’abbigliamento del paese nel 2005 ha perso 10.000 addetti a seguito della chiusura di circa 2.000 aziende. Oggi l’industria occupa 580.000 persone, contro le 670.000 di alcuni anni addietro. Il fatturato del settore nel 2004 è stato di 43 miliardi di euro (52,4 miliardi di dollari americani), con un calo del 10% rispetto al 2002.
I politici italiani rivendicano a Bruxelles (nel 2005-ndr) l’imposizione di un accordo di salvaguardia per tutta l’Unione Europea dalle importazioni sottocosto di merci di provenienza asiatica. La cinquantaseienne Valeria Fedeli asserisce che questo approccio è sbagliato: l’industria tessile italiana deve adattarsi o scomparirà. “Avrei potuto far finta che nulla stesse accadendo, o puntare il dito contro il governo o le aziende” dice. Ma “alla fine, credo, si sarebbe avuta una minore salvaguardia dei diritti dei lavoratori.”
La prima occasione per mettere in pratica le proprie idee si presenta a Fedeli nel 2001 quando una associazione di 831 aziende calzaturiere deve rinnovare il contratto di lavoro annuale. Conducendo le trattative dal proprio disordinato ufficio di Roma con vista sul Tevere, si attiva affinché i lavoratori vengano coinvolti nelle decisioni della direzione. L’accordo estende i premi di produzione ai lavoratori a domicilio che cuciono a mano le tomaie delle scarpe di lusso. Si forma un comitato atto alla gestione delle problematiche che unisce sindacati e datori di lavoro nella gestione della chiusura delle aziende ed il riposizionamento dei lavoratori nelle realtà vicine.
“Questo accordi portano il marchio della Fedeli” sostiene Giampiero Mengazzo, direttore dell’Associazione degli imprenditori tessili. (o delle imprese tessili?). E aggiunge che tali intese rappresentano un “notevole passo avanti” nelle relazioni industriali.
Nel corso degli anni la Fedeli lavora con i datori di lavoro per elaborare strategie che vanno dall’etichettatura agli ammortizzatori sociali. “Fedeli è stata fondamentale nel far ascoltare la voce dei sindacati” dice Gian Domenico Auricchio, Vice presidente di Confindustria “e noi abbiamo un crescente bisogno di questo tipo di lavoro di squadra, in termini di difesa dell’intero sistema manifatturiero italiano”.
La Filtea è un ramo della CGIL, la più grande federazione sindacale del paese che rappresenta 5.500.000 lavoratori appartenenti a diverse categorie.
“Fedeli ha svolto un lavoro importante sottolineando il bisogno di regole a governo del settore, senza far ricorso alla richiesta di dazi” afferma il Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani.
Le sue idee valicano l’Italia, guadagnando il più ampio palcoscenico dell’Unione Europea. Il Commissario Europeo al Commercio Peter Mandelson collabora con Fedeli, che è anche a capo della Federazione Europea dei lavoratori Tessili, all’avanzamento di una proposta che impegni i produttori non europei all’etichettatura dei propri prodotti tessili per tracciarne l’origine, misura che, auspicano i produttori, servirà a fidelizzare il consumatore. Inoltre Fedeli esercita pressioni per incentivi alla ricerca ed all’innovazione e per la fusione delle piccole imprese.
Quando lo scorso anno prodotti tessili e calzaturieri cinesi a basso costo invadono l’Europa, la dirigente della Filtea evita di richiedere la protezione del sistema delle quote. Invece fa solo pressione affinché si avvii una indagine antidumping che verifichi se le merci vengano vendute sottocosto al fine di eliminare la concorrenza.
Nell’aprile del 2005, quando le importazioni della Cina cominciano a salire vertiginosamente, fa parte di una delegazione commerciale di nazioni europee attive nel campo del tessile che incontra Mandelson per chiedere che vengano messi dei freni alle importazioni dalla Cina. Al contempo interviene con una dichiarazione che sottolinea il “no alle quote” ed il “si alle regole ed ai diritti”. L’Unione Europea impone comunque la protezione delle quote sui prodotti tessili cinesi, azione che le si ritorce contro con milioni di capi di vestiario che si accatastano nei porti europei.
Il metodo pragmatico della Fedeli ha avuto maggior successo con la Safilo, il produttore di occhiali da sole. A dicembre del 2005, mesi dopo la chiusura degli impianti, l’azienda si quota sulla borsa di Milano per raccogliere fondi per nuovi investimenti promettendo la creazione di posti di lavoro. Alla fine solo 91 dei previsti 270 lavoratori in esubero vengono effettivamente mandati a casa; gli altri vengono inseriti in programmi di formazione o in altre fabbriche del gruppo».
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