LAVORO Glovo e lo scandalo food delivery

ECONOMIA & LAVORO - Un’indagine sulle pratiche aziendali e sulle condizioni di lavoro dei/delle rider della Glovo (quelli con il portapacchi giallo), pone sotto la lente d’ingrandimento il modello della gig economy (lavori temporanei, a chiamata, freelance). Negli ultimi mesi, infatti, Glovo, una delle principali piattaforme per le consegne a domicilio in Italia e in Europa, è al centro di un’inchiesta della Procura di Milano che ha richiesto un controllo giudiziario d'urgenza sulla società Foodinho, che gestisce la piattaforma di consegne. L’indagine prende avvio dalle numerose segnalazioni e denunce dei/delle rider, su presunte pratiche di sfruttamento.

Il modello contestato a Glovo (e comune ad altre piattaforme di delivery) si basa sulla richiesta ai/alle rider di una “flessibilità” così estrema da tradursi situazioni problematiche. I fatti che stanno emergendo dall’inchiesta presentano una realtà tutt'altro che idilliaca, fatta di turni massacranti, paghe irrisorie e totale assenza di tutele, con il personale inquadrato nell’alveo del lavoro autonomo ma che deve sottostare a regole e vincoli imposti dalla piattaforma.

Per non farsi mancare nulla inoltre, oltre a geolocalizzare i/le rider, pare che imponga di accettare ordini a qualsiasi orario e con qualsiasi condizione climatica, pena una segnalazione agli algoritmi, che andranno a impostare un ridimensionamento (al ribasso) delle chiamate. Testimonianze raccolte da lavoratori e lavoratrici raccontano infatti di ore e ore trascorse in attesa di ricevere gli ordini di prelievo e consegna. Ovviamente per strada, sotto la pioggia, con il freddo o con il caldo torrido e senza alcuna indennità o garanzia di un compenso minimo.

Alcuni rider hanno dichiarato di guadagnare meno 2,50 euro a consegna, una cifra dell’80% inferiore al minimo contrattuale, ben lontana dal garantire una vita dignitosa e per questo in contrasto con l’Articolo 36* della Costituzione Italiana. A ciò si aggiungono i rischi legati alla sicurezza stradale e all’assenza di indennità di malattia e di coperture assicurative adeguate in caso di infortuni.

L’inchiesta indaga anche l’uso distorto della tecnologia: gli algoritmi della piattaforma deciderebbero le assegnazioni degli ordini, valutando le performance dei rider e determinano chi può (o non può) avere accesso alle fasce orarie di chiamata più remunerative. Un sistema apparentemente neutro che in realtà eserciterebbe un controllo stringente sui/sulle rider, limitandone la loro autonomia e introducendo una situazione di pressione psicologica.

Dal punto di vista legale, le pratiche oggetto dell'indagine violano diversi principi sanciti dal diritto del lavoro italiano ed europeo. In particolare, la Costituzione italiana tutela il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente, nonché la dignità e la sicurezza dei lavoratori. L’inquadramento dei/delle rider nell'ambito del lavoro autonomo diventerebbe così un escamotage per aggirare le norme che garantiscono la protezione del lavoro subordinato

È urgente che le istituzioni, invece di dolersi pubblicamente per le sorti della mancata co-conduzione di un comico controverso alla terza serata del Festival di Sanremo (come hanno fatto con solerzia la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini), intervengano per garantire condizioni di lavoro dignitose ai/alle rider e a tutte le persone che lavorano. Ponendo fine a un sistema che di fatto promuove precarietà e violazioni della legalità. 

*Articolo 36 della Costituzione Italiana: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi» (Fonte: Senato.it)

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Crediti: Foto di copertina di  Shashank Verma. altre di Rowan Freeman e Abillion. Tutte da Unsplash

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