PREDATORI Maschere, ragnatele e inganni
BLOG Nota Libera - La radice del controllo e l'istinto del predatore
Qual è il filo invisibile che unisce la dinamica di un attentato dinamitardo di matrice criminale (la bomba che Lavitola commissiona contro Ranucci), all'orrore della violenza di un femminicidio, quello di Giulia Cecchettin, che ha scosso la coscienza di un intero Paese?
I predatori più pericolosi sono quelli che lanciano fiamme d'inganno presentandosi a viso scoperto.
Ce lo insegnano le azioni (le lezioni!) di Valter Lavitola e Filippo Turetta quando, ciascuno nell’ambito del proprio reato, studiando i punti deboli di chi hanno di fronte, trasformano i sentimenti degli altri in trappole affettive.
Zone d'ombra dove affetto e solidarietà vengono distorti e (ab)usati, consumando tragedie apparentemente distanti eppure figlie di una stessa radice di strategia manipolatoria.

La giustificazione grottesca e paradossale di Valter Lavitola, che si confessa mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci è stata questa: «Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione».
La giustificazione quasi inconcepibile di Filippo Turetta per l'uccisione di Giulia Cecchettin, che parte dall'incapacità di accettare la fine della relazione tra i due, gli fa confessare di aver pianificato il delitto spinto dalla rabbia per il rifiuto di lei a tornare insieme e come la «conseguenza» di un «momento di totale confusione emotiva» derivante dalla «frustrazione».
Versioni, entrambe, che palesano un sistematico scarico di responsabilità e che spostano il focus altrove.
Che si tratti della violenza criminale di un ordigno piazzato sotto casa per simulare una paradossale protezione, o della fine tragica di una giovane vita spezzata da un ex che sceglie la via dello stalker, se siamo tutte e tutti d’accordo che si fa volentierissimo a meno di tali “amici”, dobbiamo anche riflettere sul fatto che ci sono davvero troppe persone che avvelenano per i propri scopi le vite degli altri.

Vediamo tessere troppe tele d’inganni invisibili, insidiosi e quotidiani.
Non parliamo ovviamente solo di Ranucci nella rete Lavitola, ma anche delle tante Giulia Ceccettin già impigliate nella rete letale dell’omologo di Filippo Turetta di turno che le tormenta.
Vi state già chiedendo come stanno insieme la bomba di Lavitola contro Ranucci e ogni femminicidio come quello di Giulia Cecchettin?
Bene, la risposta è abbastanza semplice: la matrice è identica e il campo comune è quello del delirio di onnipotenza relazionale.

In entrambi gli scenari dove uno è aggressore e l’altro o l’altra è la vittima e dove controllo e odio camuffato sono la base, il primo nega all’altra parte il diritto di scelta autonoma, imponendo come vivere, cosa fare, come essere, per una tela che si stratifica e si infittisce ogni volta in cui una violenza o una prevaricazione si camuffa da premura o da azione “per il tuo bene”.
Il controllo del ragno predatore che indossa maschere nascoste, genera azioni di ricatto morale o paradossale e millantata tutela, attraverso le quali il carnefice tesse e stende un'invisibile ragnatela manipolativa, capace di neutralizzare le difese e il giudizio della preda e dove quest’ultima, una volta impigliata, si rende conto troppo tardi di essere in trappola.

Una rete inesorabile, insidiosa, viscosa e una trappola senza via d’uscita, dove l'abbraccio del predatore si fa stretta mortale.
Al di là delle inevitabili reazioni e delle immediate condanne mediatiche nelle quali il dibattito pubblico rischia spesso di scivolare, resta fondamentale sul caso Lavitola-Ranucci, come su tutti gli altri casi, il principio per cui spetterà esclusivamente alla magistratura, attraverso il vaglio delle aule di giustizia, appurare la reale sussistenza dei fatti e accertare le responsabilità penali.
Qualche volta questi predatori la legge riesce anche a fermarli, ma solo dopo l’irreparabile danno.
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