CLIMA Vitale ripensare i consumi e gli acquisti
CLIMA - «Le produzioni industriali sono responsabili delle emissioni nocive soprattutto a causa dell’utilizzo di combustibili fossili tanto nella produzione di materiali semilavorati come il cemento, il ferro, l’acciaio, la plastica quanto nella produzione di beni di consumo come nell’industria elettronica e tessile, solo per citarne alcuni. L’industria manifatturiera è uno dei maggiori responsabili delle emissioni di gas serra in tutto il mondo proprio a causa delle fonti energetiche non rinnovabili – come il carbone, il petrolio e il gas – impiegate nella loro impiantistica». (Fonte: Nazioni Unite - Cause del cambiamento climatico, Produzione di beni)
I temi del Consumismo, del Fast Fashion e non da ultimo delle Ecomafie, ci fanno riflettere sull'importanza di azioni virtuose come Ridurre, Riciclare, Recuperare.
Consumare meno, a partire dalla vita personale, significa risparmiare risorse e produrre meno rifiuti. Il modello dell’economia circolare - dove tutto ciò che può essere riciclato o riutilizzato torna a nuova vita - è il futuro che dobbiamo abbracciare. Ovviamente, manco a dirlo, quando ci avviciniamo alla questione degli scarti e dei rifiuti, sorgono criticità infinite!
Ci impegniamo nella Riduzione degli imballaggi scegliendo prodotti sfusi, riutilizzando contenitori e sacchetti fatti con materiali riciclabili, sostenibili o biodegradabili. Riciclando, scambiando e riusando, ognuno/a di noi può contribuire. Diamo nuova vita agli oggetti, pratichiamo il riuso creativo, scegliamo il mercato dell’usato. Ma quando non è possibile ridurre, recuperare, riutilizzare o riciclare, ai nostri (e altrui rifiuti) cosa accade?

(Immagine Freestocks da Unsplash)
Vestiario. Fast fashion e impatto globale - Il settore della moda, soprattutto quello del fast fashion, rappresenta una delle industrie più inquinanti al mondo. La produzione rapida e a basso costo di abiti e scarpe porta a un eccesso di merce, capi di pessima qualità contraddistinti dalla breve durata, che alimenta il ciclo della sovrapproduzione e dello spreco. Dietro prezzi bassissime e accessibili, si celano processi industriali che consumano enormi quantità di acqua, utilizzano sostanze chimiche dannose, generano tonnellate di emissioni di CO₂ e, non da ultimo, sono caratterizzate da sfruttamento del lavoro e del lavoro minorile.
Uno degli aspetti più critici è la gestione dei rifiuti tessili: ogni anno milioni di tonnellate di vestiti e scarpe dismessi finiscono in discariche o vengono spediti all'estero come "donazioni". Tuttavia, molti Paesi del Sud globale, come il Ghana e il Kenya, si trovano sommersi da abiti di seconda mano che spesso non sono riutilizzabili e si trasformano rapidamente in montagne di rifiuti difficili da smaltire.
In Africa, le coste di Accra, in Ghana, ospitano vere e proprie discariche a cielo aperto di vestiti occidentali, con conseguenze devastanti per l’ambiente e la salute pubblica.
Anche il Cile, soprattutto nella zona del deserto di Atacama, è diventato un simbolo degli effetti drammatici della sovrapproduzione: chilometri di sabbia ricoperti da scarpe e abiti invenduti, destinati alla decomposizione lenta e al rilascio di microplastiche nell’ecosistema.
Per limitare l’impatto della moda sul pianeta, è fondamentale scegliere abiti durevoli, fibre naturali e non fibre sintetiche, provare il riuso (stiamo vedendo crescere App dove le persone vendono vestiario che non usano più o rivendono abiti vintage), sostenere la moda etica e chiedere trasparenza alle aziende.
Cambiare il proprio modo di acquistare vestiario significa anche prendersi cura di noi stessi (bisogna provare il declattering degli armadi almeno una volta nella vita per capirne i benefici!) e tutelare nel nostro piccolo l’ambiente e quelle persone che, lontano dai riflettori e dalla nostra vista, pagano il prezzo più alto dell’industria globale della moda.

(Pickers - Foro di Abdulay Saini da Unsplash)
Il popolo dei waste picker - In molte parti del mondo, milioni di persone – uomini, donne e bambini – trovano nell'immondizia la loro unica fonte di sostentamento. Sono le cosiddette comunità waste pickers, che ogni giorno setacciano discariche e montagne di rifiuti di ogni genere, alla ricerca di materiali riciclabili o oggetti rivendibili. Senza bisogno di dirlo, in condizioni di estrema precarietà e di rischio per la salute.
Emblematico è il caso della discarica di Dandora a Nairobi, in Kenya: qui migliaia di persone vivono ai margini della metropoli, esponendosi a sostanze tossiche pur di raccogliere plastica, metalli e cibo avanzato.
In India, il quartiere di Dharavi a Mumbai ospita una delle più vaste comunità di raccoglitori e raccoglitrici di rifiuti del pianeta, persone che alimentano un’economia informale del riciclo, essenziale per la città, ma di fatto senza alcuna etica, invisibile e priva di qualsiasi tutela.
Anche in Cina, la discarica di Guiyu è diventata tristemente famosa come centro nevralgico del riciclaggio di rifiuti elettronici: qui intere famiglie, bambini compresi, smontano telefonini, computer e altri dispositivi a mani nude per recuperarne i metalli preziosi.
Tutte queste realtà ci chiamano a prendere atto di come praticamente con ogni oggetto che scartiamo contribuisce all’insostenibilità globale della gestione dei rifiuti. Anche quelli che crediamo entreranno nel flusso dei materiali riciclabili. Si, perché praticamente ovunque esistono fenomeni di finto o mancato riciclo.

(Foto di Deniz Demirci da Unsplash)
Ecomafie e finto riciclo - Un dato poco noto riguarda il destino (mancato!) dei materiali che le persone separano e affidano ai cicli della raccolta differenziata, convinte che verranno recuperati e riciclati. In realtà, a causa di carenze organizzative, inefficienze logistiche o mancanza di impianti adeguati, in Italia una quota rilevante di questi materiali non viene processata come dovrebbe.
Succede così che plastica, carta o vetro, abiti, rifiuti elettronici, una volta raccolti, siano scartati perché contaminati da materiali non riciclabili. In altri casi, i rifiuti differenziati finiscono comunque in discarica o vengono inceneriti, vanificando gli sforzi delle persone e aggravando l’impatto ambientale. Questo circolo vizioso evidenzia la necessità di un sistema industriale di raccolta e riciclo legale, sano, efficiente e trasparente, capace di garantire che il riciclo non diventi una chimera.
Dal Rapporto ecomafie 2025 di Legambiente. Con i rifiuti «i reati avvengono in ogni fase del ciclo, dalla produzione, al trasporto, fino allo smaltimento e al finto recupero.
Particolarmente esposti ad attività di smaltimento e traffici illeciti sono gli pneumatici fuori uso (PFU), i gas refrigeranti (F-Gas) e i rifiuti generati dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE).
Il nostro Paese è stato anche il crocevia di traffici internazionali di rifiuti pericolosi e materie radioattive provenienti da altri Paesi e destinati a raggiungere, ad esempio via mare a bordo delle c.d. navi dei veleni, le coste dell’Africa e dei paesi asiatici. Proprio sui traffici illegali verso la Somalia stava conducendo un’inchiesta la giornalista Rai Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio con l’operatore Miran Hrovatin nel 1994».
In Italia, scrive Legambiente, crescono l’attacco delle ecomafie all’ambiente e la piaga della corruzione, facendo registrare nel 2024 oltre 40mila reati ambientali. Parliamo di una media di 111 reati ambientali al giorno. Ovviamente senza contare quelli che restano sommersi.
Numeri pericolosi e impressionanti!
Consapevoli che queste riflessioni vanno a toccare solo una piccola parte degli ambiti nei quali si potrebbe e si dovrebbe agire, voi in tema di abiti, declattering e gestione dei rifiuti, come vi regolate?
This story is part of CCN Covering Climate Now’s joint coverage network - Follow us on #coveringclimatenow #The89Percent #poweregender
Riproduzione Riservata©
- Visite: 280