CLIMA Agricoltura: rigenerare invece di esaurire
CLIMA & AGICOLTURA e CIBO - L’agricoltura intensiva ha contribuito enormemente al degrado dei suoli, alla perdita di biodiversità e alle emissioni di gas serra. Serve una rivoluzione verde, capace di produrre cibo in maniera più sostenibile. Perché? «La produzione alimentare utilizza ogni genere di prodotto chimico-farmaceutico nel settore agricolo e di allevamento terrestre e marino ed è ritenuta responsabile dell’aumento dei gas serra. Le emissioni di gas derivano inoltre dalla deforestazione e il disboscamento di terreni e accompagnati dall’utilizzo dei fertilizzanti, diserbanti, insetticidi e mangimi complessi a base di antibiotici, ormoni e disinfettanti. Anche l’impiantistica nella produzione e gestione agricola, della pesca e dell’allevamento ha le
sue responsabilità: pensiamo alla movimentazione globale di questi prodotti, alla loro etichettatura, al loro imballaggio e al loro trasporto in container su cargo navale e aereo». (Fonte: Nazioni Unite, Cause del cambiamento climatico)

(Viti e Ulivi a Montalcino, Toscana - Foto di EP per P&G)
Agroecologia e filiere corte - Pratiche agricole rispettose dell’ecosistema - come la rotazione delle colture, il compostaggio, la riduzione dei pesticidi (meglio se la totale rinuncia) e il rispetto del benessere animale - aiutano a rigenerare la fertilità dei suoli e a ridurre l’impatto ambientale. Le filiere corte, che abbreviano la distanza tra produttore e consumatore, contribuiscono a diminuire le emissioni legate ai trasporti.
Cibo e stagionalità - Nel nostro piccolo, acquistare prodotti locali e di stagione può contribuire, perché oltre a essere un comportamento più sostenibile, aiuta anche l’economia locale e garantisce maggiore freschezza e qualità dei prodotti che portiamo in tavola, con ricadute positive sulla nostra salute anche per una maggiore possibilità di mantenerci nei perimetri e nei parametri alla dieta mediterranea.
Green Deal: a chi piace e a chi no - Nella complessità delle sfide ambientali e sociali che attraversano questo nostro tempo, uno dei nodi politici di maggior interesse è rappresentato dal Green Deal europeo. Si tratta di una strategia ambiziosa, varata dall’Unione Europea prima dell’aggressione della Russia all’Ucraina, con il fine di rendere il Vecchio continente climaticamente neutrale entro il 2050 e per contrastare gli effetti deleteri sugli ecosistemi del sistema agrario industriale.

(Foto di Julia Kobliz da Unspash)
Il Green Deal non è soltanto un piano ambientale ma un’idea di progetto comune per una transizione economica, sociale e tecnologica che abbraccia settori che vanno dall’energia alla mobilità, dall’agricoltura alla gestione dei rifiuti, sino all’edilizia e all’innovazione industriale.
La sua importanza risiede nel voler coniugare crescita economica, tutela dell’ambiente, inclusione sociale e resilienza dei territori attraverso azioni concrete, urgenti e programmate per contrastare il cambiamento climatico, ridurre le disuguaglianze e promuovere modelli produttivi ed energetici più green e più sostenibili.
Tuttavia, il Green Deal europeo si trova sin dal suo esordio ad affrontare boicottaggi e ostacoli politici significativi. Diversi Paesi e governi hanno manifestato forte opposizione e richiesto la revisione al ribasso degli obiettivi climatici. Polonia e Ungheria, ad esempio, temono che la transizione energetica possa minare la competitività delle loro industrie, fortemente dipendenti da fonti fossili come il carbone. Anche la Slovacchia, la Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Francia, hanno espresso timori legati ai possibili impatti occupazionali e sociali, soprattutto nelle aree rurali e industriali più vulnerabili.
La crescita dei movimenti nazionalisti, insieme agli ormai consolidati movimenti euroscettici ed esponenti politici di destra sempre più contrari alle regolamentazioni ambientali, accentuate dai risultati delle elezioni europee del 2024, hanno ulteriormente rafforzato la pressione contro il Green Deal.


(Elezioni Europee - Foto di Marisa Giuliani)
Le argomentazioni di chi cerca di affossare o rallentare il percorso della transizione verde, anche in questi giorni, strumentalizzando la questione dei dazi USA, ruotano spesso attorno ai costi immediati per imprese e famiglie, alla paura di una perdita di posti di lavoro nei settori tradizionali e alla preoccupazione che le nuove regole penalizzino alcune economie nazionali più di altre.
Nel contesto italiano, l'opposizione al Green Deal europeo assume forme peculiari e coinvolge vari attori: alcune associazioni di categoria dell'agricoltura e dell'industria, rappresentanze politiche, movimenti sindacali e segmenti dell'opinione pubblica. In particolare, organizzazioni come Coldiretti e Confindustria hanno espresso perplessità sulle nuove normative ritenute troppo stringenti, temendo ricadute negative sulla competitività delle imprese nazionali, soprattutto nei comparti più energivori e nelle filiere agroalimentari tradizionali.
Parallelamente, si sono diffuse narrazioni critiche che mettono in discussione la sostenibilità economica delle nuove politiche ambientali, spesso presentando la transizione verde come una minaccia più che un'opportunità.
A livello politico, la posizione di Giorgia Meloni e del suo governo nei confronti del Green Deal europeo si è dimostrata prudente (per dirla con un eufemismo!) e spesso critica.
Consapevoli che queste riflessioni vanno a toccare solo una piccola parte degli ambiti nei quali si potrebbe e si dovrebbe agire, voi in tema di agricoltura sostenibile e Green Deal, come la pensate?
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