FOOD Think glocal, act local

GLOBALE e LOCALE - Insieme ai cambiamenti climatici, il mondo sta appuntando la propria attenzione sui temi del cibo e dell'acqua, argomenti sensibili, ricchi di complessità e in rapida evoluzione. Secondo un rapporto di Oxfam* del 2012, solo quattro società controllano il 90% del commercio globale di cereali: Archer Daniels Midland (ADM), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus. Le quattro sorelle meglio conosciute come "le società ABCD" sono aziende dominanti a livello globale nel commercio dei grani, con potentissime influenze sul moderno sistema agroalimentare.

I quasi 100 giorni della guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina che hanno bloccato all’uscita dei porti della nazione aggredita innumerevoli carichi di grano, pongono il problema dell'accentramento produttivo all’attenzione della società civile mondiale.

Una riflessione proposta dalla testata indipendente The Guardian con l’articolo inchiesta a firma di Giorgio Monbiot della rete #coveringclimatenow racconta come l’industria alimentare «ispirata e legata al sistema finanziario che negli anni ha ipersemplificato le barriere commerciali e la rete globale, abbia consentito alle aziende di liberarsi di costi di stoccaggio e degli stock, passando dalle scorte ai flussi. Per lo più, questa strategia just-in-time funziona ma non se le consegne vengono interrotte -come stiamo vedendo- o se si verifica un rapido aumento della domanda».

Un articolo che rappresenta insieme un monito e una conferma: «mentre il nostro cibo è diventato localmente più vario, a livello globale è diventato meno vario. Solo quattro colture - grano, riso, mais e soia - rappresentano quasi il 60% delle calorie coltivate dagli agricoltori. La loro produzione è ora altamente concentrata in una manciata di nazioni, tra cui Russia e Ucraina

La guerra di aggressione della Russia all’Ucraina pone qui una riflessione non più differibile: «il cibo globale, come la finanza globale, è un sistema complesso, che si sviluppa spontaneamente da miliardi di interazioni». Cosa fare, allora, visto che gran parte del commercio delle derrate alimentari e dei materiali e prodotti chimici ad esse correlati «passa attraverso punti di strozzatura vulnerabili, come lo Stretto turco (ora ostruito dall'invasione russa dell'Ucraina), i canali di Suez e Panama e gli Stretti di Hormuz, Bab-el-Mandeb e Malacca»?

Il problema, come sentiamo ripetere nei nostri telegiornali ormai quotidianamente, non è più solamente il gas. Abbiamo, scrive sempre Monbiot «urgente bisogno di diversificare la produzione alimentare globale, sia geograficamente che in termini di colture e tecniche agricole. Dobbiamo rompere la morsa delle grandi corporazioni e degli speculatori finanziari. Dobbiamo creare sistemi di backup, producendo cibo con mezzi completamente diversi. Dobbiamo introdurre capacità inutilizzata nel sistema.»

Se l'Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo di un turismo più responsabile e universalmente accessibile, organizza ormai da 5 anni una Conferenza mondiale sull'enoturismo, considerandolo un driver dello sviluppo rurale e sceglie l’Italia (Alba, Langhe) per quella del 2022, va da sé che le piccole azioni di sistema, replicate in più e più situazioni, possono essere una risposta all’iperglobalizzazione delle produzioni alimentari.

Alla luce della situazione politica internazionale attuale e dei cambiamenti climatici, in Italia possono fare la differenza le nostre produzioni locali di riso, le esperienze di recupero dei grani antichi agite da giovani imprenditori e imprenditrici, la riconversione dei beni agricoli sequestrati alle mafie.

Insieme alle sfide del turismo enogastronomico ovvero dell’enoturismo e dell’oleoturismo che puntano su economie agricole capaci di generarsi da risorse interne, come la coltivazione della vite e dell’ulivo, cammina l’offerta di accoglienza turistica nelle zone rurali, risposte che insieme sembrano essere adeguate - quindi da considerarsi modelli di riferimento - per il recupero delle risorse inutilizzate e l’introduzione di processi produttivi certamente diversi da quelli intensivi.

Tuttavia, la strada non è tutta in piano perché, trattandosi di progetti locali, seppure nel solco di progetti di sviluppo nazionali sostenuti e finanziati, queste esperienze anche se numerose sono tuttora abbastanza frammentate e incidono parzialmente sul computo totale delle nostre necessità alimentari.

Un esempio di mini-progetto locale orientato a proporre nuove soluzioni produttive è quello dedicato alle realtà di frantoio in partenza a Rimini, in Romagna, a fine maggio 2022. Un corso promosso da CNA e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna con fondi del PSR - Programma di sviluppo rurale dell’Unione europea, che punta ad una formazione tecnica con focus sui macchinari, per un più efficiente ed efficace "Adeguamento del ciclo produttivo in una logica di sostenibilità ambientale". Anche una produzione virtuosa dell’olio extravergine di oliva attenta al contempo all'accrescimento della qualità del prodotto e al risparmio idrico può contribuire a contrastare lo strapotere delle lobby alimentari mondiali: oggi quelle spagnole movimentano innumerevoli navi cisterna con carichi di oli di oliva dei quali valore e qualità dovrebbero essere attentamente (ri)considerati.

Il modello italiano che trova sistema e forza propulsiva di cambiamento nei progetti di formazione e che si esprime attraverso le piccole e medie produzioni di qualità, certamente aiutato dalla particolare morfologia del territorio italiano, contrasta di per sé lo strapotere delle produzioni massive internazionali che cancellano le biodiversità. Proponendo uno schema produttivo alternativo ed ecosostenibile, questo modello diventa anche capace di andare incontro a una domanda che non risponda solo al mero soddisfacimento del basico istinto della nutrizione, andando ad elevare il gesto -a volte il rito- del mangiare e del bere, a esperienza gustativa e sensoriale, ricca di implicazioni.

Non è un caso che in Italia il distretto agricolo passato alla coltivazione in regime biologico stia facendo segnare un notevole avanzamento, con una crescita che si fa notare anche nella filiera vitivinicola: «in Italia nel 2020, ben 4 bottiglie di vino su 100 sono biologiche». Un fenomeno in forte espansione «sia in termini di estensioni delle superfici vitate che di interesse del consumatore, sempre più attento all'impatto della produzione alimentare sull'ambiente». A raccontare questi numeri del vino realizzato da vigneti Bio in Italia è il report dal titolo La filiera vitivinicola biologica (datato febbraio 2021) quinto quaderno «di una collana tematica dedicata al mondo del bio promossa dal Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e realizzata dall'Ismea».

Tanto l’approccio individuale quanto quello sistemico, dunque, sono fondamentali perchè il modo in cui si decide di spendere il proprio denaro contribuisce a orientare le politiche di produzione. Quante più persone sceglieranno di acquistare cibi con ingredienti prodotti localmente e realizzati in maniera ecosostenibile, come ad esempio la pasta prodotta solo da grani italiani, l’olio prodotto in Italia da olive coltivate nel nostro Paese, o il vino realizzato secondo filosofie in campo quanto più possibile rispondenti al rispetto del territorio, del terreno, della pianta e delle uve. Rispetto che, nel coltivare localmente e attentamente, si traduce nel produrre e proporre cibi che rispetteranno e proteggeranno la salute delle persone che li andranno a consumare e che andranno a sottrarre al business dei monopoli mondiali. E scusate se è poco!

*Rapporto Oxfam “Cereal Secrets” Anno 2012 a cura di Sophia Murphy, David Burch e Jennifer Clapp

#coveringclimatenow

Ph/Fotografia di Maurizio Saggion (Vigneti Palazzo di Varignana, Bologna, Italy)

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